mercoledì 10 febbraio 2016

MOSTRA PERSONALE DI PITTURA - Roma dal 3 al 5 marzo 2016



SEGNI COLORI ANIMA.... LA VERITA' DELLA BELLEZZA
“Oggi siamo inconsci della bellezza. Siamo an-estetici, anestetizzati, psichicamente ottusi.” - Come dare torto al grande James Hillman?
Abbiamo dimenticato l’espressione stessa della bellezza, la bellezza da celebrare dentro lo spazio sacro, un momento sacro con qualcosa di lieto da fare nella crescente connessione con il cielo, creando così un ponte energetico che restituisce potere e sacralità alla terra, al luogo in cui si agisce.
Il luogo del rito indiscusso, un atto (o insieme di atti) che viene eseguito secondo norme codificate. E sia che abbia un fine sociale o connesso con la religione o che sia strettamente personale, il rito ha bisogno di una partecipazione emotiva profonda, senza la quale cesserebbe di esistere. Quella stessa partecipazione emotiva profonda che richiede il riconoscimento della bellezza!
Ogni spazio sacro è quello separato ermeticamente dal mondo temporale. Uno spazio in cui nulla vi penetra. Una zona eterna protetta dall’impatto con gli stimoli del tempo, dove ci si può separare da tutto il resto; lo stesso dove un artista, un pittore diventa entità a se stante, nell’esclusione del mondo per celebrare il suo rito personale di creazione. Perché nella connessione con il divino all’interno e all’esterno di se stesso, l’artista pone l’emotività profonda al servizio della conoscenza dell’invisibile. Il sacerdote dell’arte che si racconta come un mito da cui trae il simbolo che si mostra per spiegare il mistero della vita.
Il cavalletto o lo strumento musicale o qualsivoglia foglio bianco diventano l’altare ove egli celebra il sacrificio esponendolo al giudizio profano nella nudità dell’anima.
Per questo amo, nel titolo di questa mostra, l’espressione: LA VERITÀ DELLA BELLEZZA. È il dar modo a tutti di approfittare dello spazio sacro dell’esposizione, per scendere nel profondo di se stessi, connettendosi a quella verità-emozione che solo l’arte può evocare attraverso la visione e percezione della Bellezza…
Anna Rita Scheri



mercoledì 25 novembre 2015

Una candela per una ricorrenza: la violenza sulle Donne


Oggi ho ricevuto una candela rossa come omaggio per la giornata contro la violenza sulle donne…

Un gesto carino da un uomo semi-sconosciuto che non conosce la mia storia… e che non sa quanto poco ami ricorrenze come queste… Perché oggi chi ha acceso una candela per solidarietà con una donna violentata… domani se ne sarà già dimenticato o, al massimo, continuerà ad inorridire ad un’altra notizia di violenza dimenticando pure quella, appena dopo averla letta.
Il 17 dicembre prossimo dovrò presentarmi in tribunale come unica testimone per un processo sulla violenza contro una giovane donna che ho tolto dalle mani dell'aggressore... salvandola.
Allora, nei giorni successivi a quell'avvenimento mi sentii molto male, mi ritornarono alla mente le violenze subite e... nessuna mano a tirarmi via e la vergogna da nascondere… Fu dura ritrovare un equilibrio.
Oggi alcune ferite sono scomparse, altre continuano a farsi sentire... Ma le violenze non ci abbandonano mai… perché se si crede che violenza siano solo botte, stupri, uccisione, non ci si rende conto che le violenze psicologiche sono dure tanto quanto le altre e lasciano ferite, ferite invisibili all’occhio che non sa vedere, ma profonde e dolorose. Pochi hanno sentore, inoltre, che anche l’indifferenza fa parte di queste violenze, perché dell’indifferenza ormai ne abbiamo fatto il nostro abito quotidiano.
L'indifferenza con cui molti uomini usano una donna per il loro unico piacere per poi buttarla via come fosse una cosa usa e getta che, quando si è esaurita (in base a logiche perverse), non serve più al loro scopo, e per cercarne un'altra più consona al novello desiderio di conquista… O basta, semplicemente, far riferimento al pensiero maniacale del possesso della schiava in qualsiasi ambito sociale: privato o lavorativo che non lascia spazio a personalità, dignità … uccidendo ogni amore della donna per se stessa e ogni rispetto.

E’ questo che noi donne dobbiamo imparare: l'amore e il rispetto per noi stesse a qualunque costo! Dobbiamo imparare a dire di no.. e a non lasciarci trascinare in giochi morbosi e distruttivi, siano essi spinti dall’amore o dal bisogno! E questo possiamo farlo solo se cominciamo a volerci bene e ad essere leali e solidali sempre ogni giorno le une con le altre ... perché chi violenta una donna ... violenta tutte le donne..
Anna Rita Scheri


domenica 17 maggio 2015

LIBERA SCELTA E RESPONSABILITÀ, l'eterna condanna

L'uomo è condannalo ad essere libero" - proclama Jean-Paul Sartre in una formula apparentemente paradossale. Egli sottolinea così l'idea che la libertà dell'uomo è infinita e che, quindi, rende, l'uomo interamente responsabile delle sue scelte - "Tutto ciò che mi accade è mio: si deve intendere con questo, innanzitutto, che io sono sempre all'altezza di ciò che mi accade, in quanto uomo,  perché ciò che accade a un uomo, da parte di altri uomini e da parte di se stesso, non potrebbe essere che umano.”
Dato che soltanto gli esseri umani dispongono di questa incondizionata libertà di scegliere, che li accompagna nel corso della loro esistenza stabilendone i fini, questo costituisce per Sartre: “il motore della tragedia della responsabilità”; in quanto ogni scelta individuale  riguarda tuto il resto delle persone che sono a lui attorno, se non l’intera umanità. Per questo ne L’existentialisme est umanisme, Sartre descrive la responsabilità come una terribile condanna che grava sulla condizione umana e ne mina la possibilità d’azione, sia sua che di altri.
Ora, senza scomodare ulteriormente Sartre, appurato che ogni essere umano ha possibilità di scelta, anche se a volte sono scelte indotte da un retaggio moralistico-educativo che non lascia spazio al vero libero arbitrio, l’essere umano ne ha comunque consapevolezza. Tanto più se si tratta di scelte che coinvolgono un rovesciamento di schemi e situazioni e che richiedono una certa dose di coraggio e di responsabilità sia nei confronti di se stesso che di altri.
Purtroppo però l’assunzione di responsabilità resta ostica ai più, provocando così uno scarico della stessa dal soggetto della scelta all’oggetto - uno o tanti -  che in questa stessa scelta viene coinvolto anche suo malgrado e senza suo consenso diretto.
Per fare un esempio molto semplice: un uomo che decida di uccidersi con il fumo e vive in una stanza con altri, deve prendere coscienza che questa sua decisione-scelta porterà disagio, se non alla stessa morte, anche le altre persone che dividono con lui quello spazio. E qui la presa o non presa di responsabilità gioca un ruolo decisivo.
Egoisticamente l’uomo potrà fregarsene e fumare a suo piacimento, anche tentando di nascondere o adducendo false teorie che comunque quel fumo non creerà danni a nessuno o proclamando che la sua è solo indiscussa libertà, mettendo in atto forti tentativi di manipolazione e innesco di sensi di colpa in chi potrebbe sentirsi responsabile di limitare quella stessa libertà, oppure, invece, potrebbe assumersi la responsabilità della sua scelta mettendo al corrente gli altri, lasciandoli liberi di restare o cambiare stanza o lasciando lui stesso quello spazio per trovare un contesto più consono e giusto presso altri fumatori.
Il gioco perverso delle parti più forti e dominanti fa in modo però che prevalgano gli egoismi e che ci siano più vittime di quello che si immagina, perché colui che detta le regole, con la sua scelta, pretenderà che gli altri entrino nel gioco lasciando a lui sempre la vittoria, mettendo in atto tragiche manipolazioni! Ora la domanda che scaturisce da tutto questo potrebbe essere: quanta consapevolezza c’è nell’uomo che dentro la propria scelta coinvolge/ferisce altre persone?  
E qui il problema perenne e sempre più incalzante della conoscenza di se stesso - Nosce te ipsum -acquista a sua volta una valenza sempre maggiore e primaria… perché anche in questo: la tragica ASSUNZIONE DI RESPONSABILITÀ diventa una giusta condanna.
Anna Rita Scheri


martedì 7 aprile 2015

Il maschile ed il femminile nel tempo di passaggio

Viviamo un tempo di passaggio in cui la donna si è molto evoluta allentando il fardello dei doveri come madre, moglie, amante ... e/o semplice supporto lavorativo, liberandosi con ciò dei molti sensi di colpa inculcati dalla famiglia o da una società patriarcale. Ha liberato se stessa anche del concetto arcaico della sottomissione nel sesso, di un sesso passivo e non gratificante.
L'uomo, in tutto questo, non è ancora riuscito ad adeguarsi. I nuovi parametri femminili lo hanno destabilizzato e questo ha fatto sì che rallentasse la propria evoluzione! Si è sentito vittima di una donna più presente a se stessa e più decisa, e come vittima  gioca al riscatto nel solo modo in cui è capace: conquistando per poi tentare di sottomettere e ripristinare il suo controllo, il suo possesso... Alcune donne hanno sposato la causa di questo uomo vittima della femmina troppo emancipata, e sostengono inconsapevolmente la 'debolezza' maschile continuando così a preservare anche i propri sensi di colpa al femminile...
In opposizione troviamo però la donna che, invece, per emancipazione, ha creduto di doversi allineare a quei parametri maschili che si rapportano nell'aggressività, nel dominio, nel raggiungimento del potere a tutti i costi, sia pure con la sottomissione altrui! Uccidendo in questo modo ciò che fa della donna l'essere accogliente, amorevole con capacità di mediazione... e comprensione.
Viviamo un periodo di passaggio e ci vorrà ancora del tempo prima che le donne e gli uomini arrivino a capire che valori maschili e femminili vanno preservati dentro ognuno di loro (e parlo dell'anima - il femminile - per gli uomini e dell'animus - il maschile - per le donne) per raggiungere quell'armonia ed equilibrio tra le parti che in molti si augurano, ma che sono ancora lontani dalla reale comprensione.

anna rita s



"L'incertezza del del dubbio" - olio su tela

mercoledì 7 gennaio 2015

MARIONETTE

Quando nel 1998  misi sulla tela il mio sentire e lo trasformai in figure di marionette, mi ero già resa conto di quanto difficilmente si ha sentore che non si ha alcun potere sul corso di molti eventi della vita e li si subisce. 
Quante volte cambiamo pensiero? Quante volte ci adeguiamo a situazioni, persone, accadimenti, senza che ci si renda conto di essere stati risucchiati da una spirale che ci fa volteggiare senza il nostro reale desiderio di esserci... di volerci stare. Oppure pensiamo di essere immuni alle catastrofi, ai giochi di potere, agli incidenti o malattie... e poi succede che... 
Ebbene sì, siamo marionette incapaci di muoverci senza quei fili che ci muovono e non ne abbiamo coscienza!
Abbiamo più personalità di quante crediamo di avere... Un momento siamo felici, l'attimo dopo l'infelicità ci coglie inaspettata. Un attimo amiamo una persona e l'attimo successivo riusciamo ad odiarla più di qualsiasi altra cosa; cambiamo idea più facilmente di quanto possiamo credere di fare, eppure i nostri fili sono lì, invisibili solo perché non li vogliamo vedere... e magari continuiamo a sparlare inadeguatamente di libertà, a cercarla, quando non se ne conosce neppure il reale significato...
Sì, lo so, come posso io capovolgere o destrutturare il significato di una parola per la quale in molti sono morti, hanno lottato e scritto molto? Ma io parlo di quella libertà interiore, quella con la quale ognuno di noi deve fare i conti riflettendosi nello specchio del proprio inconscio, del proprio vero Io.
Ci è stato fatto un dono grandissimo: il libero arbitrio ma non ci è stato dato in 'dotazione', se mi si concede questo termine. Il libero arbitrio è l'unica cosa che ci potrebbe permettere di liberarci dei fili che ci manovrano, quei fili che ci vietano di decidere per noi stessi: cosa fare, dove andare e discernere i desideri veri da quelli falsi, ma ... ce lo dobbiamo guadagnare e lo si guadagna con la ricerca, la conoscenza, con la presa di coscienza che si deve cambiare modo e metodo di vita per iniziare la scalata verso valori spirituali molto più alti. Trovare quell'amore per noi stessi che ci permette di essere finalmente liberi!
Si dice che nessuno potrà mai decidere di dare una svolta alla propria vita, se prima non incappa in qualche avvenimento drammatico che apre un diverso sentire e un nuovo rapporto con la propria esistenza. Forse è così o forse semplicemente dovremmo lasciar andare vecchi schemi, vecchie corazze, vecchie educazioni pregne di moralismi, regole... e ritrovare un Eros antico e personale, nella sua accezione di bellezza, desiderio di conoscenza e meraviglia, ancora presente in noi e che trasuda spesso nei sogni e ci mostra quello che il nostro vero Io vorrebbe essere, ma che non permettiamo che sia... E' l'agire contro le regole perché amiamo altre cose.... 
anna rita scheri
  

 Il Bastone - olio su tela
                                  Il palo - olio su tela











Graffiti - olio su tela

mercoledì 20 agosto 2014

"GRAFFITI"

L'essere umano impronta la propria vita sull'illusione. 
L'illusione di carriere sfavillanti, di amori vacui, di famiglie prive di valori, di rapporti superficiali e casuali. L'illusione del sesso appagatore, del benessere dato dal consumismo dilagante... dal credersi migliore di coloro che non si sopportano, che non si stimano, che non piacciono. 
Egli assume sembianze da marionetta e appeso ai fili, con volto di maschera, guarda il mondo con distacco. Un mondo dalla realtà che non gli piace e che non vuole guardare e, in questo modo, dentro la sua immobilità, circondato da illusione, contribuisce al decadimento, allo sfacelo, alla distruzione, all'abominio e alla solitudine propria e di chi gli sta attorno.
Cieco e sordo nel non voler 'sentire', vedere ciò che gli viene mostrato, sembra prendere le distanze dal liquido e incontrollabile mare dell'illusione che ingoia ogni cosa, e di cui invece è parte integrante. 
Insensibile a Graffiti, incisi sui muri dell'ignoranza per mostrare il vero senso della vita e la strada nella luce della verità, esibisce la sua più spiccata incomprensione per chi ancora con coraggio pone segni in cerca di sincere realtà e si espone allo scherno della gente, senza quella paura che con fili imbriglia i movimenti.
Egli è un essere umano-marionetta che ormai con un supponente: "Non capisco", rivela la sua incapacità di decifrare il linguaggio della purezza e dell'amore usato da chi chiede aiuto e accoglienza... dentro la fragilità dell'emarginazione, del cuore spezzato, di un bambino indifeso, di una donna umiliata. 
(anna rita scheri)

"Graffiti" - anno 2001 - olio su tela - cm 80x60

martedì 13 agosto 2013

Un articolo di Emanuela Zanardini su "Che bello stare con te!"


“Che bello stare con te!”: nove racconti per nove donne 

ROMA – Le donne hanno mille volti, mille sfumature, e Anna Rita Scheri lo sa bene. Per questo ha cercato di trasformarlo in parola, su carta, nel suo terzo libro “Che bello stare con te!”. Come? Dando vita ad un saggio contenente nove racconti, “scritti in momenti ed in anni differenti fino a formare un coro di voci al femminile che aveva bisogno di farsi udire”, come mi confida lei stessa.
Essere donna, provare sentimenti, emozioni, esperienze di vita tipiche del genere: qui c’è concentrata tutta l’essenza dell’animo umano in rosa, e non è un’esagerazione.
Nessun elemento autobiografico nei racconti? “Non proprio – dice Anna Rita – . Ognuna delle protagoniste è parte di me, dei miei amori, dei miei sogni, delle mie sofferenze, della mia rabbia e tanto altro… Sono donne che hanno vissuto le loro emozioni attraverso le mie esperienze, belle o brutte che siano e dunque reali dentro le loro storie. Sono donne che hanno amato, sofferto, cercato di cambiare il loro modo di essere o almeno ci hanno provato ed io le amo tutte profondamente e non saprei sceglierne una che mi abbia travolto più di un’altra. Loro sono me ed io sono loro, non potrebbe essere diversamente”.
L’autrice è giunta al compimento di questo romanzo dopo essersi cimentata nella redazione di “Come in un volo… dentro un sogno” e “Protagonista di vita”. Nella vita, quando non scrive, dipinge: dal 2000 espone le sue opere – visibili parzialmente anche all’interno dei suoi libri – in mostre personali e collettive.
http://www.ladyo.it/calliope/che-bello-stare-con-te-nove-racconti-per-nove-donne/26599

mercoledì 17 luglio 2013

Voce del verbo Giudicare

Io giudico. Tu giudichi. Egli giudica. Noi giudichiamo. Voi giudicate. Essi giudicano.
E si costruisce così un mondo con le fondamenta che pescano nel marcio del giudizio! Con le radici che pescano nel marcio dell’accusa, del metro con cui le persone valutano altre persone a loro simili ma rese diverse dal giudizio!
Eppure qualcuno, molti secoli fa pronunciò la fatidica frase: chi è senza peccato scagli la prima pietra! Ma da allora, anche se quella volta le pietre vennero abbandonate a terra… quante altre ne sono state scagliate senza ragione, senza un briciolo di comprensione per ciò che si vedeva, ascoltava… subiva? 
Sicuramente troppe.
E tra quelle pietre scagliate, quante hanno realmente colpito con cognizione di causa? Con imparzialità? Se mai poi si possa parlare di cognizione di causa o d’imparzialità nello scagliare una pietra che ferisce oppure… uccide! Ma per ‘non sbagliare’, nell’incapace possibilità di fare un conto giusto ed equo, le pietre continuano ad essere scagliate contro quei bersagli che, caso strano, sembrano somigliarsi quasi fossero tutte gocce d’acqua dello stesso mare.
Io giudico, tu giudichi, egli giudica.
Ovunque il giudizio passa si crea il deserto della solitudine, dell’amore ferito, della violenza gratuita… del ‘non puoi permetterti d’essere così come ti pare’ , del ‘guai a te se esci dalle regole del moralismo della clan o della casta’, del ‘non puoi disallinearti dal canale' ormai scavato dalle file interminabili che hanno percorso da secoli le stesse strade, le stesse vie con  lo stesso fango che le ha sporcate e che neppure ormai si nota più. Perché al marcio si si adegua, ci si abitua, ci si confonde.
Noi giudichiamo. Voi giudicate. Essi giudicano.
E siamo prede oltre che carnefici. Il turno cambia e le regole possono saltare e chi la pietra l’aveva in mano e l’ha scagliata… ora è immolato sull’altare del giudizio e lapidato… e troppo tardi si accorge d’aver sbagliato. Sbagliato a scagliare quella pietra che rubata alla Terra, che di tutti è Madre,  è stata usata per spezzare l’armonia, e lapidare quell'amore e quella comprensione che ci nutriva.
Siamo dunque schiavi del giudizio… incapaci di rischiare per essere liberi di aprire il cuore e lasciarci andare … ovunque la comprensione e l'amore potrebbero decidere di portarci.
a r scheri



lunedì 10 giugno 2013

Da uno scarabocchio ...

2011 la data impressa su l’ultimo quadro… e poi tentativi inutili di mettere qualcosa sulla tela… Segni che non riuscivo a fare miei, colori che non entravano dentro l’anima… tele imbrattate e poi distrutte… lasciate bianche. Mi ero arresa, dovevo farmene una ragione: la mia creatività era finita, inutile andarla a cercare dentro quei meandri del cervello che si erano ormai chiusi o dentro il cuore ridotto a brandelli. Giugno 2010/inizio 2013. Due anni e mezzo terribili, che invece di alleviare e riscattare quelli precedenti hanno minato ancor più la mia esistenza.
Abbandoni senza spiegazioni – anche se con ragione compresi – che fanno male di chi è carne della tua carne e poi quelle ferite che continuavano ad essere inferte senza un motivo reale, ma solo per rabbia nella convinzione di farmi pagare il mio peccato… Ma quale peccato? Quello di un amore ferito, calpestato, dilaniato nel quale mi ero intrappolata e dal quale volevo uscire? Derubata anche di ciò che era mio, della mia idea più brillante e calunniata. Dolori a volte insopportabili che corrodono le viscere, lo stomaco e che sono solo dolori della malattia dell’anima.
E poi la malattia, quella vera, quella di mia madre, un Alzheimer che non perdona e corrode non solo chi ne è affetto, ma anche le persone accanto al malato che non vogliono credere, accettare… subire, e si ribellano ad una realtà troppo crudele ed i ruoli saltano… Diventi madre, tu che figlia non sei mai stata. Diventi l’ombra di te stessa e non sai più chi sei, quale sia la tua identità mescolata ormai a qualcos’altro che non ti appartiene ma con il quale devi fare i conti … tutti i giorni! Tutti i santi giorni e non c’è riposo neppure se ti allontani per cercare di mitigare e di riprendere il respiro.
La solitudine… la testa infilata sotto le coperte, le lacrime, i singhiozzi… 
La solitudine e quelle tele bianche a schernirti, lì sul cavalletto… a deriderti nella sfida che non sai e non vuoi più accettare, riconoscere… affrontare. Un vuoto dentro incolmabile… un amore di cui hai bisogno e che riprovi a far rientrare, ma che continua a ferirti perché troppo egocentrico, troppo egoista e impossibile da vivere.
E poi le liti, discussioni alimentate da un carattere troppo passionale e ribelle che vuole fare i conti con chi ormai comprendi essere troppo lontano da te… diverso dal tuo essere diverso…
E cerchi te stessa continuamente ovunque… nei confronti, negli studi, nelle letture e cerchi di capire di sapere, nell’accorgerti poi di essere sempre troppo ignorante pur nell’andare avanti dentro la conoscenza. E il pozzo diventa senza fine... come la solitudine.
Misure cm 72x72 - tecnica mista su cartone - 2013
E poi, inaspettato… quel giorno arriva dentro una piccola galleria a guardare meraviglie. E scopri che non è l’arte, la creatività che ti hanno abbandonato ma sei tu ad aver abbandonato loro. E non c’è altro modo, se vuoi ricominciare, che riagganciare l’umiltà e riprendere tutto dall’inizio. E dall’inizio ho ricominciato davanti a dei fogli bianchi ascoltando chi mi diceva: “Chiudi gli occhi e disegna, fai uno scarabocchio e poi tanti altri. Da quelli scegline uno e prova a farne qualcosa mettendoci il colore”. E sono nati così quei giovedì pomeriggio a prendere di nuovo  lezioni di pittura… e mentre lo scarabocchio prendeva forma e cambiava od ogni pennellata, lo scarabocchio di me stessa lo seguiva passo passo riprendendo forma.
Oggi quello scarabocchio è diventato un quadro, la tela che ha accolto i colori e la mia creatività è pronta di nuovo a svelare se stessa… ridandomi vita.
(Il mio grazie a Kristien De Neve, un’eccezionale artista e valida insegnante)
Anna Rita Scheri




giovedì 11 aprile 2013

Diciamo basta alla violenza verbale ... :-)


Lo so, vi starete chiedendo, ma… quale violenza verbale?
Già! Quale? È che siamo ormai talmente abituati a convivere con osservazioni scortesi, propositi aggressivi, incitazioni bellicose che la violenza verbale è diventata un dato di fatto, un facente parte della nostra quotidianità senza che ce ne accorgiamo o tentiamo di prenderne atto cercando di difenderci da essa. Perché la violenza verbale, a volte è decisamente molto insidiosa. Perché quella che si esprime a parole è una forma di violenza molto sottile e pericolosa, è un modo di confronto distorto e distruttivo che va oltre le parti... oltre la logica del discorrere… dello scambiarsi opinioni e  del cercare di comprendersi. 
C’è chi pensa che la violenza verbale denoti una sorta di ignoranza, una mancanza di idee o modo per nascondere lacune culturali. Sì, potrebbe essere ma, io credo sia ormai un modo di pensare obsoleto in quanto oggi basta accendere un televisore, ascoltare i politici, i datori di lavoro, i colleghi referenziati, laureati, per scoprire che la violenza verbale non ha più confini culturali, societari, strutturali. Esiste e dilaga nelle bocche più impensabili e al di sopra di ogni sospetto, bocche che purtroppo scusiamo in quanto questo tipo di violenza è divenuta rappresentativa della nostra società. Il politico che sbraita contro il sistema sbagliato, contro un avversario che non si ritiene idoneo al posto che occupa, contro colui che si crede essere l’acerrimo nemico, viene scusato, anzi, elogiato. E ci si adegua al suo linguaggio e se ne viene rapiti… perché questo tipo di verbalismo arriva diritto dentro la nostra rabbia alimentandola, sfruttandola; rabbia dovuta all'impotenza, alla solitudine e disperazione e lui, quello che sta là su in alto con le sue ridondanze violente, se ne impossessa… la confonde… la distorce facendola sembrare buona e giusta e mettendola al suo servizio… E nessuno si accorge di ciò che in realtà sta succedendo, nessuno si accorge della manipolazione messa in atto.
Giornalmente accusiamo colpi della violenza verbale che provengono da un datore di lavoro o da un superiore per paura di perdere il lavoro, la posizione, un privilegio e non ci rendiamo conto che ciò che abbiamo perso o stiamo perdendo è invece la nostra dignità. Siamo talmente stressati e compressi nei nostri bisogni che usiamo quotidianamente la violenza verbale anche contro i nostri figli, i nostri partners, i nostri cari o contro quel poveraccio che ci ha pestato un piede in metropolitana o ha detto mezza parola storta mentre facevamo la fila per pagare un bollettino di conto corrente. Ce la prendiamo con gli altri e scusiamo noi stessi, perché la nostra mente è veramente tanto brava a trovare scusanti per i nostri comportamenti! Ma non è brava a comprendere che c’è chi attraverso la violenza verbale ben strutturata e convogliata ci sta rendendo schiavi e marionette. Schiavi di un potere difficile da riconoscere come tale e che agisce sulla nostra stessa rabbia alimentandola offuscando la potenza vera di un dialogo aperto e costruttivo fatto con cuore e mente aperta.
Cerchiamo quindi di essere coscienti di ciò che sta accadendo, non lasciamoci trascinare dalle parole acerrime, e invece di allinearci alla violenza verbale di coloro che l’hanno ormai adottata come stile di vita e di acquisizione di potere, proviamo a opporci a loro con un sorriso e parole leggere.
Anna Rita Scheri